Perdersi 

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Se ti accovacci in quel modo, se le tue parole sono confuse, se non capisco dove stia la verità, io perdo i confini. Colma di inquietudine perdo la separazione fra me e te. Un fluido fresco, sintetico, ambiguo si frappone. Io non penso. E non esisto senza un pensiero generante. Un migrare di significati. Risucchiata dalla densità vischiosa del nostro stare in relazione, del nostro essere nel momento. Non ho la forza per contrappormi e guidarti all’esterno, di te , di noi, di questo incastro. Una permeabilità dolciastra, tossica, che non ho la forza. Non più o non ancora, non so. Mi spiace.

Rotondo

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Privilegio e’ tornare da voi. Qualunque cosa accada, oltre ogni stanchezza, dopo ogni fatica. È tornare e trovarvi. Potervi abbracciare, baciare, annusare. Inventarsi un gioco di ore con carta e colla, con scotch e pennarelli. Rimanere stupita che davvero si possa fare. Che davvero, nel calore di questa casa bianca, e’ possibile creare, giocare con il nulla, con noi. Privilegio e’sentirti tornare a casa, aprire la porta, vedere i tuoi occhi, il tuo sguardo, sentire il tuo abbraccio. Tu che torni. Tu che torni da me. Tu che torni da noi.  Noi.

Disvelamento

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Accadere nella nostra vita è un evento insolito, da attendere. Passi molto tempo in una sorta di assenza famigliare, un continuum emotivo, di riconoscenza. Poi, l’ho già detto, qualcosa cambia, strada facendo, ma tu lo scopri d’improvviso. Rimani fermo nell’istante, raggelato dalla scoperta. Un disvelamento letale, efficace. Ma lo porti in te, con chiarezza. Orme sottili, a tratti invisibili, un tracciato etereo. Eccoti. La scoperta che una frattura è in atto, una frattura che ti riconsegna intera ad un nuovo sentire. Ti ricordi si averlo guardato da lontano, fantasticato forse. E poi di averlo scartato, scansato? Si il timore no, non concede repliche, esorcizza l’evento rendendolo inaccessibile. Il pensiero andrà oltre. Varcherà confini. Vigilerà nuovi significati. Ed eccoti a desiderare con un nuovo ardore un altro esistere. Ma una tana calda ha scavato aneliti dentro di te. Trovarli dinnanzi agli occhi sarà sorpresa e stupore. Una mano antica ti sfiorerà la guancia. Un respiro profondo ti condurrà a casa.

Quattro e quattro

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È tutto qui. In questo stesso istante che sfugge. In questa stanza piena, poliedrica, armoniosa. Ogniuno di noi in se conscio degli altri. La nostra pienezza. La nostra famiglia. Questo sentore di solido e fugace che ci attraversa, che ci assomiglia, le voci che cambieranno che oggi non sanno tacere. I corpi morbidi e scomposti che si avvicinano, si confondono, perdono i confini. Essere adulti permette un atto di consapevolezza che è già amore. Ti incolla al volto un sorriso, ti immerge nel momento. Una sospensione d’estasi. Un’intensità tale che si raggruppa in fondo alla gola. Non so volere altro.

Caleidoscopio

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A vent’anni ciò che sei irrompe dentro di te, un treno a vapore, inarrestabile, una forza propulsiva. Ed un gran conflitto. Sei tutto e nulla può moderare questo tutto. Sei tutto e non esistono confini, letture, recinti. Un tutto che vive e che fa male. Un tutto pervicace che sanguina. Dolore dell’anima. Una sofferenza che stordisce, offusca ogni pensiero. Ciò che sei e che non sai non essere ti sfugge di mano, di bocca, di pensiero. Ansante, spalle al muro, riversa in due sull’addome desideri disperatamente essere qualcos’altro. Etereita’. Quelle donne che sorridono, annuiscono, il silenzio che producono attorno a loro. Il saper scomparire nelle fasi che richiedono una presa di posizione. Evanescenza. Ma tu vedi solo una femminilità che non hai, un partecipare al mondo con una docile estemporaneità che tu non conosci. Tu invadi, precipiti, difendi, combatti. I tuoi colori sono chiari, i lineamenti puliti. Dov’è l’inganno? Chi ha tradito?

La vita trascorre, passano i minuti, si sommano, anni, decenni. Tu vivi. Attraversi il mondo con te stessa, abbracciata per lo più. Riluttante a tratti. E sei tu. Sei ancora tu. Decenni dopo. Quando ancora protesti, pensi, ragioni, parli, difendi, provochi, combatti. Ancora tu. Ancora lì. E poi in un corridoio incontri quel silenzio antico negli occhi di un’altra donna. Nel tempo di un pensiero ti chiedi se c’era. Si, c’era.  E ti trovi la. Nel desiderio di essere anche tu capace di non essere pur essendoci in un luogo. Evanescente, dicevamo, incorporea. Era tanto che non lo pensavi. Ma ora capisci. Non lo pensi davvero. Una specie di riflesso condizionato. Un’atavica percezione di non correttezza a sfidare un uomo. Ma e’ lontano. I giorni non si sono accumulati invano. Sei libera. Il metro che imprigionava il tuo sguardo si è perso per strada. Io sono io come sono. Con il mio linguaggio, il mio pensiero, il mio coraggio, la mia fragile forza. Non è il presidio di una fortezza. È la libertà di una donna.

#tisaluto

In Italia l’insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.

Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.

In Italia l’insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all’umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.

Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest’anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.

L’abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.

L’abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.

Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).

Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.

Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.

Questo post è pubblicato/ribloggato in contemporanea anche da altre/i blogger: Marina Terragni, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Giovanna Cosenza, Sabrina Ancarola, Mammamsterdam, Zeroviolenzadonne, Un altro genere di comunicazione, Ipazia è(v)vivaLa donna obsoleta, Laboratorio Donnae, Sud De-GenereCoppette amore e…, Politica Femminile, Caso mai, Zauberei, Cosmic Mummy, in genere, the new Brix Blog, Mammaeconomia, Donne in ritardo, Valentina Maran, malapecora, Essere Donne, I Fratelli Karamazov, Anarkikka, Il porto delle nuvole, Considerazioni di una donna, Donne Viola, Sabrina Barbante, Ho fatto il composto!, Carla “conta” e crea, Blog di Sara, 101 uomini più..., Elena, Se non ora quando, EMPOROS, La solita Simonetta, No alla violenza sulle donne, Non lo faccio più, L’Italia che cambia, ma la notte no!, corpografie sessuali, Family Life, The Blake House, A.R.P.A. Raggiungimento Parità, La fila indiana, miniEva, Francesca Sanzo, Women.it, Frequenze lesbiche, Francesca Marchini, Se 18 vi sembran poche, Tè per tutti, Radio Sarajevo, GiULiA Giornaliste, La dignità e le persone (il blog di Corriere.it e Amnesty International),  Rete 13 Febbraio PT, La rete delle reti femminili, Queste sono solo parole, ma la notte no!, La 27esima ora, TANTOPREMESSO.it, Confrontandoci, un quid, il lunedì degli scrittori, mamme stufe, Genitori Channel

E nella versione maschile da Lorenzo GasparriniMente MiscellaneaO capitano! Mio capitano!

Se ti va, copincollalo anche tu!

Mercoledì.

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Io no non centro nulla. Il sentore del solito essere che si ripete. Vi guardo, tutti, nello stretto spazio che condividiamo. E sento i vostri sguardi, che mal sanno celare i vostri dubbi, le domande ovvie. “Ma sarà lei, sarà qui per lei?” L’ho detto, subito, un errore. Vi guardo e sorrido, un sorriso benevolo, ma distante, “io no” sento di dire con i miei occhi. O meglio. Sono io la protagonista di questo stare, ma per poco, ma per caso, ma non contateci. Eppure la vostra sofferenza non mi è estranea. Anche quando con tanta cura scanso il vostro sguardo che cerca la prova del mio essere lì, mi percorre, mi attende al varco, anche in quei momenti, no, non no mi siete estranei. Vi voglio così, diversi, lontani, ma mi rendo conto che sono al posto giusto, solo qualche passo in dietro o accanto. Basta poi varcare una soglia, attendere una manciata di minuti per cambiare opinione. Per sapere che non di sole scelte è fatta la vita.